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A Lecce e Avellino il mondo ultras si parla. A colpi di striscioni.

A Lecce e Avellino il mondo ultras si parla. A colpi di striscioni.

07 Settembre 2026

Ci sono momenti in cui il calcio esce dal campo e racconta qualcosa di molto più grande di una partita. Succede quando una curva prende posizione. Quando decide di affidare a pochi metri di stoffa un pensiero che vuole arrivare lontano. E succede ancora di più quando, dall'altra parte, un'altra tifoseria raccoglie quel messaggio e decide di rispondere.

È quello che è accaduto tra Lecce e Avellino. Non una partita tra due squadre. Non una rivalità. Non uno scontro. Un dialogo. Un dialogo particolare, certamente. Fatto con il linguaggio delle curve, quello degli striscioni, delle parole pesate una per una e di messaggi che non hanno bisogno di microfoni. Durante Lecce-Roma, la tifoseria leccese ha esposto uno striscione destinato a far discutere: «Petizioni e istituzioni: il tuo boia prepara la corda. Patetico sperare in chi ti vuole cancellare». Un messaggio duro, senza possibilità di equivoci. Una presa di posizione nei confronti della mobilitazione nata attorno alla petizione “Per un calcio giusto e popolare”. La risposta degli Avellinesi è arrivata con altre parole, ma con la stessa immagine al centro: «La corda che ci stringe è la stessa. C'è chi prova a liberarsene e chi giudica rassegnandosi alla fine. Per chi ci crede ancora... ULTRAS». Ed è proprio qui che vale la pena fermarsi. Perché, al di là delle opinioni personali sulla petizione, sulla sua organizzazione o sulle sue finalità, quelle due scritte raccontano qualcosa che spesso non vogliamo vedere. Il mondo ultras non è un pensiero unico. Non lo è mai stato. Le curve italiane sono fatte di storie diverse, culture diverse, sensibilità diverse. Ci sono tifoserie che condividono una battaglia e altre che la guardano con diffidenza. Ci sono gruppi che scelgono il confronto con le istituzioni e altri che ritengono quel rapporto incompatibile con la propria idea di curva. E non c'è nulla di scandaloso. Anzi, è proprio questa diversità che dovrebbe far riflettere. Perché il problema nasce quando si pretende di parlare a nome di tutti senza aver prima parlato con tutti. La petizione ha raccolto un numero significativo di adesioni e ha portato all'attenzione delle istituzioni temi che riguardano direttamente il mondo dei tifosi. Ad Avellino, in particolare, la mobilitazione ha trovato una risposta importante. A Lecce, invece, è arrivato un messaggio diametralmente opposto. E allora la domanda non dovrebbe essere semplicemente: chi ha ragione? La domanda dovrebbe essere: perché due curve che vivono problemi in parte comuni arrivano a considerarli e affrontarli in maniera così diversa? Questa è una domanda molto più interessante.

Perché se la corda è la stessa, come scrivono gli Avellinesi, forse bisognerebbe capire perché qualcuno pensa che quella corda debba essere spezzata attraverso una petizione e qualcun altro ritiene che proprio quella strada possa diventare un pericolo. Qui entra in gioco un tema che riguarda tutto il movimento del tifo organizzato: la rappresentanza. Chi rappresenta chi? Chi decide quali siano le battaglie del mondo ultras? Come vengono prese le decisioni? E soprattutto: quanto è stato realmente condiviso un manifesto che ambisce a mettere insieme tifoserie diverse? Sono domande scomode, ma necessarie. Nei mesi scorsi è circolata anche un'indiscrezione secondo cui dietro l'iniziativa potesse esserci un gruppo importante del Nord Italia interessato a condurre l'operazione in una determinata direzione e, secondo le voci, con possibili interlocuzioni con ambienti istituzionali e delle forze dell'ordine. Su questo bisogna essere molto chiari: un'indiscrezione resta un'indiscrezione. Senza elementi concreti non può diventare una verità e non è corretto trasformarla in un'accusa. Ma anche mettendo completamente da parte questa voce, rimane un problema reale. Il metodo.

Forse l'errore è stato pensare che per costruire una grande mobilitazione nazionale fosse sufficiente preparare un manifesto e poi chiedere alle curve di sottoscriverlo. Forse sarebbe stato più efficace fare esattamente il contrario. Partire dalle curve, ascoltarle. Serie A, Serie B, Serie C e Serie D. Mettere intorno allo stesso tavolo realtà diverse, anche quelle che non la pensano allo stesso modo. Discutere una proposta. Modificarla. Trovare i punti comuni. E solo alla fine trasformare quel confronto in un manifesto. Un manifesto realmente condiviso. E qui potrebbe esserci un ruolo importante anche per le realtà associative che da tempo lavorano sulla rappresentanza e sulla partecipazione dei tifosi, come F.I.S.S.C., Supporters in Campo, Feder Supporter e Feder Tifosi. Non per sostituirsi alle curve. Non per dire agli ultras cosa devono fare. Ma per mettere a disposizione esperienza, strumenti e capacità di interlocuzione. Perché una cosa è certa: la forza di una battaglia non si misura soltanto dal numero delle firme raccolte. Si misura anche dalla capacità di coinvolgere chi inizialmente non è d'accordo.

Se vogliamo davvero costruire qualcosa di nuovo nel rapporto tra tifosi, calcio e istituzioni, dobbiamo imparare ad accettare anche il dissenso. Lecce insegna questo. Avellino insegna qualcosa di diverso. Ma insieme raccontano la stessa storia. Una curva ha parlato. Un'altra ha risposto. E nessuna delle due ha avuto bisogno di un comunicato di dieci pagine. Sono bastati alcuni metri di stoffa. Questa è la forza comunicativa degli stadi. Una scritta può attraversare una curva in pochi secondi e poi viaggiare per tutta Italia attraverso una fotografia. Può provocare una discussione. Può creare consenso. Può generare polemiche. Può persino costringere qualcuno a fermarsi e a pensare. Ed è proprio questo che dovrebbe interessarci. Non stabilire quale curva sia più ultras dell'altra. Non trasformare una differenza di opinioni nell'ennesima guerra interna. Ma comprendere che il dissenso può essere utile se diventa confronto. Il vero rischio, invece, è quello di chiudersi ognuno nella propria posizione. Da una parte chi dice: “Abbiamo trovato una strada, seguitela”. Dall'altra chi risponde: “Quella strada non ci rappresenta”. E alla fine la corda rimane lì, a stringere tutti.

Forse il passaggio successivo dovrebbe essere molto semplice, anche se tutt'altro che facile: prima ascoltarsi, poi decidere. Prima discutere, poi firmare. Prima coinvolgere, poi rappresentare. È un metodo che può essere applicato anche alle prossime battaglie pacifiche che il mondo dei tifosi vorrà portare avanti. A Salerno, a fine giugno, attraverso il confronto avviato tra F.I.S.S.C. e Ultras della Salernitana, si sta provando proprio a percorrere questa strada: il dialogo come strumento per ridurre le distanze e cercare punti di convergenza. Non significa che tutti debbano pensarla allo stesso modo. Significa che tutti devono avere la possibilità di essere ascoltati. Perché una battaglia condivisa non nasce dal fatto che tutti pronunciano la stessa parola.

Nasce quando persone diverse, con idee diverse, riescono a trovare almeno un pezzo di strada da percorrere insieme. Ed è forse questa la vera lezione degli striscioni di Lecce e Avellino. La corda è la stessa. Ma non basta dirlo. Bisogna capire come spezzarla. E soprattutto bisogna decidere se farlo da soli oppure provare a farlo insieme.

A Lecce e Avellino il mondo ultras si parla
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